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Infermiere, un mestiere di frontiera (e spesso sfruttamento). Mattarella: “Siete l’esercito del bene”

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ROMA – “Un esercito del bene”: così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha celebrato oggi gli infermieri italiani, in occasione della Giornata internazionale che quest’anno coincide con il centenario della ricorrenza.

LO STUDIO

Secondo l’indagine “Vita da infermiere”, realizzata dal Centro studi di Nursind su oltre tremila professionisti tra infermieri, ostetriche e operatori socio-sanitari, il 76,8% degli operatori dichiara di essere costretto a lavorare oltre l’orario stabilito a causa di incombenze burocratiche e pratiche cliniche. Turni che si allungano, pause che saltano, straordinari che diventano la norma.

Meno personale significa più carico su chi resta. E chi resta lavora di più, guadagna poco e spesso decide di andarsene. Un professionista esausto, che gestisce più pazienti di quanti dovrebbe e finisce il turno quando può, non è nelle condizioni ideali per garantire cure di qualità. Non per colpa sua, ma del sistema che lo costringe a operare così.

Tempi di assistenza ridotti, attenzione ai dettagli clinici compromessa, rischio di errori più alto: sono le conseguenze silenziose di una crisi che, alla fine, paga chi è nel letto d’ospedale.

A sei anni dalla pandemia, il lavoro degli infermieri continua a essere segnato da criticità che incidono sulla qualità della vita professionale e personale: dispositivi di sicurezza giudicati insufficienti, difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata, crescente esaurimento emotivo.

Il problema di fondo si chiama carenza di personale. Secondo il primo Rapporto sulle Professioni Infermieristiche realizzato da FNOPI insieme alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in Italia esiste una carenza strutturale di almeno 65 mila infermieri. I dati Ocse evidenziano una carenza infermieristica italiana del 20% rispetto alla media europea.

Meno personale significa più carico su chi resta. E chi resta lavora di più, guadagna poco e spesso decide di andarsene. Un professionista esausto, che gestisce più pazienti di quanti dovrebbe e finisce il turno quando può, non è nelle condizioni ideali per garantire cure di qualità. Tempi di assistenza ridotti, attenzione ai dettagli clinici compromessa, rischio di errori più alto: sono le conseguenze silenziose di una crisi che, alla fine, paga chi è nel letto d’ospedale.
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