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Ddl cibo coltivato, Scordamaglia: è un faro su prodotti rischiosi

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Ad Filiera Italia: meat naming lesivo dei consumatori, bene divieto

Milano, 27 lug. (askanews) – Con il via libera del Senato al disegno di legge del governo, è arrivato il primo divieto in Italia per la produzione e il commercio di cibo e mangimi coltivati in laboratorio. Un provvedimento accolto con “soddisfazione” da Filiera Italia, che attraverso Luigi Scordamaglia ci spiega perchè ritiene fosse necessario un intervento normativo: “Il provvedimento non è un provvedimento di assoluto divieto e preclusione per gli anni a venire ma serve ad accendere una luce sulla strategia che le pochissime multinazionali, che hanno in mano oggi brevetti del cibo sintetico, stavano portando avanti – ha affermato Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia – non parlare del tema, presentare un’istanza di approvazione a Bruxelles e nel totale silenzio ottenere come novel food l’approvazione di un prodotto estremamente a rischio”.Tra le ragioni, dunque, che spiegano la necessità di un intervento normativo Scordamaglia pone prima di tutto i rischi connessi a questi alimenti, citando un rapporto Fao Oms di aprile sulla sicurezza della carne coltivata in laboratorio”Quello che abbiamo chiesto alla Commissione europea è fermiamo le macchine, aggiorniamo i criteri di valutazione e le linee guida autorizzative perchè quello di cui parliamo è molto più simile alla sperimentazione di un nuovo farmaco – ha proseguito -che deve essere testato in maniera approfondita e solo dopo iniziamo ad analizzare le eventuali istanze di autorizzazione”.Al momento non risultano richieste di autorizzazione all’Agenzia europea per la sicurezza alimentare per mettere in commercio carne coltivata. Ma è noto che sono in costante crescita gli investimenti anche in Europa per la ricerca su questi alimenti, visti come una soluzione a molto problemi su scala globale, a partire da quello ambientale. Ambito rispetto al quale Scordamaglia dissente:”Questi prodotti vengono presentati come la panacea e la soluzione dei problemi ambientali ma fortunatamente iniziano a esserci dei dati – ha detto – L’unversità di Davis per esempio ha affermato che le emissioni di Co2 di un bioreattore per un chilo di carne è dalle 4 alle 25 volte superiore a un chilo di carne tradizionale”.Il provvedimento voluto dal governo però interviene anche su un’altra categoria di alimenti, quelli a base vegetale, quelli sì da anni sul mercato come alternativa alla carne o ai suoi derivati. L’articolo tre infatti vieta l’uso di denominazioni della carne per cibi a base di proteine vegetali, il cosiddetto meat naming, un intervento necessario dice Scordamaglia per una questione di trasparenza nei confronti del consumatore: “Questi prodotti non sono carne quindi chiamarli hamburger, salame e prosciutti è lesivo dell’interesse del consumatore – ha sostenuto – secondo se uno vuole mangiare piselli, ceci, fave perchè deve comprare una cosa che viene arricchita di 10, 15 ingredienti chimici artificiali con formule scritte microscopicamente per non essere lette?”. “Siamo d’accordissimo che a tavola c’è posto per tutti – ha concluso – l’importante è che il consumatore venga sempre messo nelle condizioni di fare scelte consapevoli”.

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